Unità, blogger e l’esempio (?) nordafricano

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Il web come braccio “armato” delle rivoluzioni. Un ‘sogno’ che pare realizzarsi nei movimentati Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, lato sud (Egitto, Tunisia, Libia).E subito, chi si sente oppresso da un regime, auspica, invoca o chiede a gran voce un simil destino anche per l’Italia.

A tal proposito si sta svolgendo oggi, 13 marzo, un interessante dibattito organizzato da “l’Unità”, incentrato proprio sul ruolo del web, anzi dei ‘pensatoi’ del web. Quei blogger, spesso osannati e spesso così poco conosciuti che paiono parlare solo a se stessi; così come accade spesso, ahinoi, ad una certa ‘casta’ giornalistica che non si rende conto di essersi completamente scollata dalla realtà, tutta intenta a riverire ed a lanciare messaggi tra i signorotti della politica (a livello nazionale così come a livello locale). In poche parole: se ad inizio ‘900 ogni giornale poteva contare sui suoi ‘1500 lettori’ (le élites che avevano in mano il potere dell’epoca), oggi assistiamo ad un fenomeno differente, cioè a tanti piccoli gruppi di 1500 lettori che vogliono leggere solo quello che vogliono sentirsi dire. La lettura come conferma del pensiero, e conseguente nascita di tanti piccoli ‘ghetti’ pieni di tanti, ri-ahinoi, fi-ghetti.

Insomma, il web come speranza ultima. Una speranza che però, è bene sottolineare subito, è conosciuta da una ventina di milioni di italiani su sessanta, ad essere larghi. Il problema però non è nel mezzo-web, ma in chi c’è dietro i ‘pensatoi’ del web. In Italia i blogger “di riferimento” sono infatti piccolo borghesi, chiusi in un harem fatto da app, iPhone, iPad etc etc, che sputano sentenze stando spesso al di fuori della realtà fattuale (quella di non sapere come fare ad arrivare alla fine del mese, ad esempio).
Nei territori della rivolta nordafricana invece i protagonisti sono state persone istruite e che desideravano (e desiderano tuttora) migliorare la loro condizione sociale. In Italia si sta alla finestra a fare tanti piccoli comizi, succubi delle novità tecnologiche, nel Nordafrica invece si sta a fare la storia, con tanto sangue e pochi risultati (purtroppo).
A tal proposito mi viene in mente un passaggio di “Homo videns”, di Giovanni Sartori, che a sua volta riprese uno spunto di Sergio Lepri: “Internet è un grande mare dove è appassionante navigare […] ma un mare che dopo qualche giorno di piccolo cabotaggio si preferisce guardare senza muoversi dal porto”.
Ed allora si torna al punto di partenza: è il web che non riesce ad imporsi come strumento in Italia, o sono gli italiani a non volerlo far diventare tale? Lo stivale è stato per 1400 anni (dal 476 d.C., data della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, al 1861, data dell’Unità d’Italia) suddiviso tra tanti feudi, signorotti e partiti. Oggi, volenti o nolenti, siamo ancora allo stesso punto.

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