Firenze, strage di Santa Lucia. Come ci siamo arrivati?

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(Quello che segue è un post che ho pubblicato su l’altra web-avventura che percorro da tempo che è il Diario di Firenze, ed il post è questo. Buona lettura)

Il compito del Diario di Firenze non è quello di seguire la cronaca nera, non ce ne siamo mai occupati, ma di raccontare questa città. Firenze ieri ha attraversato uno dei momenti più bui dal dopoguerra ad oggi, con un clima di tensione che si avvertiva – fuori da qualsiasi luogo comune – in molti angoli della città.

Ieri sono morte tre persone, ed altrettante lottano ancora tra la vita e la morte. Questi i fatti, non per noi ma per l’intera comunità fiorentina. Un uomo, italiano e con idee xenofobe, si è armato ed ha aperto il fuoco nel marcato di Piazza Dalmazia, nel quartiere di Rifredi, dove ha freddato due persone (perché a noi pare brutto dire “due senegalesi”, sono “persone” prima di essere “senegalesi”). La stessa persona, dopo essersi dileguato, è arrivato dopo qualche ora in centro dove ha proseguito la sua scia di sangue nei dintorni del Mercato Centrale di San Lorenzo, posto dove si è poi suicidato.

La drammatica sequenza ha destato molta attenzione e – purtroppo – molte voci si sono levate ad aggiungere spesso considerazioni fuori luogo; come, ad esempio, quelle di chi ha paragonato questo atto a quello di Oslo, affermazione che certamente non aiuta a svelenire o a superare un momento così difficile. Difficoltà che la comunità senegalese ha espresso gridando ad altissima voce, e senza violenza, la sua incredulità di fronte a questa sequenza di morte.

Il rischio di crollare nella banalizzazione politica, nel battibecco continuo tra le parti o nel più antico gioco italico (quello dello scaricabarile) è dietro l’angolo. Quel che è certo è che qualcuno non ha ben capito che la realtà immigratoria, irregolare e regolare, c’è e non può essere ‘evitata’ solo non guardandola, o meglio, facendo finta di non guardare. Non si può amministrare le città pensando solo ai turisti, coloro che la città la vivono solo di passaggio: c’è una foltissima schiera silenziosa di lavoratori (senegalesi e non solo) che aspetta il riconoscimento di diritti, ma ancor prima di dignità. Perché il pericolo xenofobo, o razzista, si annida nelle menti di moltissime persone; alcune che lo esternano in modo palese, come è purtroppo avvenuto ieri, ma c’è anche una nutrita e preoccupante schiera di ‘insospettabili’ (come avevamo avuto modo di raccontare l’anno scorso con questo post).

Questo pericolo non si combatte con il lutto cittadino, con bandiere listate a lutto, con incontri istantanei con la comunità senegalese o con improvvidi paragoni con altre stragi. Questo serve solo all’ego dei vari attori politici, di quelli che non vogliono ‘sfigurare’ davanti all’opinione pubblica. La realtà fattuale, e non quella della carta dei giornali, è quella del riconoscimento dei diritti fondamentali, quelli che la nostra Costituzione elenca con una tale chiarezza da essere ancora validi oggi, a quasi 70 anni dalla stesura. Un riconoscimento che deve valere per chi non delinque, ma anche per chi commette reati (anche se la delinquenza è spesso solo l’ultimo stadio di un girone infernale fatto di soprusi e privazioni), che deve essere giudicato davanti alla legge – e utopisticamente, dall’opinione pubblica – allo stessa stregua dei rei di cittadinanza italiana, europea o americana.

Noi, del Diario di Firenze, affronteremo questo fatto di cronaca solo in questo post, perché vi ‘dovevamo’ raccontare quanto successo ed esprimere – per chi ci ha letto fin qui – il nostro piccolo pensiero. Quello che verrà mediaticamente da oggi in poi sarà solo chiacchericcio. L’ultima cosa, forse banale, da aggiungere a quanto detto, è la nostra completa e piena solidarietà alla comunità senegalese, duramente colpita da questi lutti.

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