Fila rei, ovvero l’importanza di chiamarsi Orfini

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(Quanto c’è di seguito è pure, e soprattutto, qui)

C’è una tendenza, del tutto italica, nella gestione dei “delfini” politici. Se all’estero viene tendenzialmente premiata la spregiudicatezza (lecita o meno poco conta) o l’effettiva qualità (nell’ars oratoria, nella capacità dell’azione politica etc etc), spesso – e volentieri – nella politica italiana arrivano a posizioni di controllo partitico personaggi che hanno un’unica lampante qualità innata: quella del saltacarrista.

Accade infatti che ci siano quarantenni (o ventenni, o trentenni), completamente avulsi alla vita reale, ma cresciuti nel fantastico mondo ovattato delle stanze del partito. Quelli che appena nati riconoscono prima il delegato sindacale di turno di una zia o di un cugino; che si studiano il plastico della stanza della cena di un partito per localizzare il tavolo adatto per poter parlare a questo o quello collettore di voti.

Una generazione – dove non mancano fortunatamente le doverose eccezioni (a tutti i livelli) – che viene ben riassunta dall’ultimo anno “orfiniano”, cognome preso semplicemente a prestito per l’ultima posizione conquistata, cioè la presidenza del Partito Democratico. Ventuno mesi sono passati da quando – come veniva scritto su Il Giornale (http://www.ilgiornale.it/news/interni/risposta-renzi-si-compatta-gruppo-orfini-guinzaglio-835830.html ) – stava “al guinzaglio di Bersani” (come riportato dall’articolo).L’epoca, apparentemente lontanissima ma era solamente il settembre del 2012, in cui si potevano leggere dichiarazioni del tipo “abbiamo l’età di Renzi, critichiamo anche noi il vecchio, ma abbiamo idee e Renzi no. Soprattutto, non manchiamo di rispetto ai nonni”. Una posizione mantenuta salda, almeno fino al febbraio del 2013.

Ma il tempo passa, lo zeitgeist cambia ed il carro corre lì davanti, a portata di mano.
Nella ritrovata gestione interna democristiana (non è una valutazione di merito, ma squisitamente sul metodo), accade che il nome di Orfini diventi quello di “un giovane dirigente del Pd, un esponente della minoranza e ha le caratteristiche per rappresentare bene il partito e la sua compattezza”, così come santificato dal renzianissimo Davide Faraone a poche ore dall’acclamazione, avvenuta dopo un battage di sms ai votanti nell’assemblea dell’Hotel Ergife (sì, lo stesso che ha ospitato la fine dell’era socialista di Craxi nel 1992). Avviene così l’ennesima conversione all’interno delle anime democrat, con un meccanismo che mi permetto di riassumere con “Fila rei” (parafrasando – con un po’ di ironia – il ben più celebre “Panta rei” attribuito ad Eraclito), cioè “la fila scorre”.

In una politica fintamente veloce, viene premiato chi sa disciplinatamente aspettare il proprio turno. Perché la pazienza premia chi salta sul carro, ma soprattutto chi su quel carro sa rispettare la fila che ormai si è creata sopra.

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