Perché Sanremo è Sanremo. Lettera di un precario ai “furbetti del cartellino”

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Ci sono tante cose che mi fanno imbestialire, troppe. Però quando rivedo le immagini dell’uomo che timbra in mutande al Comune di Sanremo mi viene da ridere.

Sì, da ridere. Perché in fondo quei personaggi sono quelli che ho sempre incrociato nelle mie (troppe, anche qui) esperienze lavorative.

Sì, perché pur avendo sempre avuto contratti di lavoro precari, al di là della siepe ho sempre intravisto coloro che banchettavano allegramente con i miei diritti, lanciando ogni tanto qualche ‘osso’ sotto forma di contratto a progetto.

Un’umanità variopinta che trova il suo habitat nelle amministrazioni pubbliche (per quanto abbia potuto vedere personalmente in quasi 30 anni, con percentuali esponenzialmente più alte rispetto alle scuole o agli ospedali) dove una forte politicizzazione permette questo naturale gozzovigliamento. Uno status quo che nessuna “rivoluzione liberale” o nessuna “rottamazione” – due politiche che si specchiano come Dorian Gray – è mai riuscito ad intaccare, perché naturale riserva di voti: quelli storici, quelli di sicuro affidamento.

E così allora, dal mio oblò appannato dai sospiri dovuti all’eterna precarietà, ho continuato ad osservarli e – talvolta – cercarli negli uffici (per lavoro) nei pomeriggi o il venerdì dopo pranzo. Tutta fatica sprecata. Una fatica che diventava rabbia quando – casualmente – questi personaggi si facevano vivi con richieste sempre “importantissime” o “da fare subito” tra le 12.50 in poi, con mail stralunate a cui seguivano i tentativi a vuoto al telefono (di cui sopra).

La diffusione di una ‘specie’ che tra le mie esperienze personali, i fatti di Sanremo e le ambientazioni del film di Checco Zalone realmente abbracciano mortalmente l’Italia.

Un abbraccio mortale che leva l’ossigeno e le prospettive di futuro a chi si è sentito rispondere – davanti alla richiesta di un contratto minimamente più stabile – un “sai qual è la situazione oggi in Italia”, o un ancor più irritante “eh ma là fuori ci sono tanti ragazzi come te che nemmeno lavorano”. L’umiliazione come strumento di prassi, come un canovaccio da ripetere a chi è nato dopo il 1980.

Una commedia dell’arte dove la risata, identica a quella che mi è venuta davanti alle immagini di Sanremo , si ripeterà davanti alla richiesta di un mutuo. Perché Sanremo è Sanremo.

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