FantaQuirinale, il prossimo Presidente? (quasi) Sicuramente del nord Italia

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Il momento più alto – ed incerto – della vita politica italiana sta per ripetersi. A meno di due anni dall’ultimo appuntamento, le Camere e tutti i “grandi elettori” si ritreranno ad eleggere il Presidente della Repubblica che, dopo quasi 9 anni, non sarà più Giorgio Napolitano.

Al di là delle rincorse al nome esatto, quello che si può fare – ad oggi – è il delineare un profilo, o meglio un identikit, del successore al senatore a vita (ormai è tale) Napolitano.

Innanzitutto, con l’elezione del 2006, è stata scardinata la ‘regola’ che vedeva la scelta dell’inquilino del Quirinale racchiusa tra le fila di (ex?) democristiani e socialisti. C’è da ricordare però lo zeitgeist che portò l’elezione di Giorgio Napolitano: le Camere del 2006 erano divise in modo quasi bipolare tra Unione e Casa delle Libertà – fresche di elezioni politiche – ed il nome di Napolitano arrivò alla prima occasione utile per eleggerlo con i voti dell’Unione, cioè al quarto scrutinio.

Lo scenario del 2006 è però poco significativo per l’appuntamento del 2015, perché oggi la maggioranza più che espressione di una coalizione è frutto di un asse trasversale (Partito Democratico, Udc, Scelta Civica, Forza Italia e Nuovo Centrodestra), quasi come il vecchio “pentapartito” degli anni ’80 ed inizio anni ’90. Una situazione che perciò tenderebbe ad escludere una figura molto caratterizzata politicamente, come – tra i nomi che circolano – quelle di Walter Veltroni o Anna Finocchiaro. In linea ipotetica (d’altronde tutto il ragionamento è puramente un volo pindarico sul prossimo futuro politico) sarebbe da inserire nel file nel nostro fantomatico identikit una figura “post-democristiana”, “trasversale” o “tecnica”.

Se la provenienza politica è un rebus, appare meno difficile da individuare quella … geografica. Sì, sembra assurdo ma è così. Ad eccezione del tecnico Carlo Azeglio Ciampi – livornese, Ministro del Tesoro al momento dell’elezione nel 1999 (ed ex governatore della Banca d’Italia) – è dall’elezione del pisano Giovanni Gronchi che l’alternanza “nord-sud” sussegue in modo lineare, senza interruzione: dal sassarese Segni al torinese Saragat, per poi proseguire con il napoletano Leone ed il ligure Pertini, fino al (di nuovo) sardo Cossiga, il novarese Scalfaro ed infine – con l’eccezione del tecnico Ciampi – il napoletano Napolitano. Nel 2015, stante la “riconferma” di Napolitano nel 2013, dovrebbe di nuovo toccare al Nord Italia l’appartenenza geografica dell’inquilino del Quirinale.

Discorsi, è bene sottolinearlo, quasi del tutto frutto di ragionamenti astratti. Ma la situazione politica delineata con le elezioni politiche del 2013, e le successive scelte di Napolitano, sono altrettanto lontane da logiche razionali. Quindi non resta che augurare, a tutti noi, buona fortuna.

La difficile successione a Napolitano. Con quale Parlamento?

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Con un comunicato che ricorda molto una famosa formula utilizzata da Luciano Moggi qualche anno fa, il Quirinale “non conferma né smentisce” le voci su un possibile cambio d’inquilino sul colle sede del Palazzo del Presidente della Repubblica.

Giorgio Napolitano, classe 1925 e prossimo ai 90 anni, appare orientato sempre più verso l’addio dopo oltre 8 anni di presidenza. Un record per l’Italia repubblicana, ancora una volta alle prese con la difficile successione del più alto esponente istituzionale. Una situazione non nuova per un Parlamento che potrebbe veder replicate le situazioni paradossali del voto del “Napolitano-bis” (di 18 mesi fa, con le “faide” dei 101 ed altre vicende) o, andando ancora più indietro col tempo, con quelle che hanno portato all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992.

Le somiglianze con l’elezione dell’esponente della destra democristiana avvenne – non solo – dopo le stragi mafiose del 1992 (ed in particolare a pochissime ore dall’assassinio di Giovanni Falcone), ma arrivò dopo una particolare tenzione che vide coinvolti esecutivo (guidato da Giulio Andreotti), il principale alleato del partito di maggioranza (il Psi, guidato da Bettino Craxi) ed il Presidente della Repubblica uscente (Francesco Cossiga). Il motivo della tenzione, in quei mesi concitati tra il 1990 ed il 1992, venne generato dalla possibilità più o meno concreta di eleggere il Presidente della Repubblica con il “vecchio” Parlamento, in scadenza elettorale negli stessi mesi del settennato del Quirinale.

Allora, nonostante le grandi pressioni incrociate esercitate su Cossiga, il presidente “picconatore” riuscì a guidare le Camere fino all’indomani delle elezioni del 5 aprile 1992, che hanno segnato uno snodo fondamentale nella conclusione della cosiddetta “prima Repubblica”, con l’arretramento della Democrazia Cristiana e di tutti i partiti di governo appartenenti al “pentapartito”.

La successione di Napolitano ha però origini ben diverse, non fosse altro per la straordinarietà del “secondo mandato a tempo”. I punti di contatto con la situazione di 22 anni fa ce ne sono: innanzitutto la volontà, da parte del principale alleato del partito di maggioranza parlamentare (cioè Forza Italia), di votare il nuovo Presidente con questo emiciclo, perchè Berlusconi è ben cosciente del rischio di nuove elezioni dove i forzisti potrebbero veder molto assottigliata la presenza di deputati e senatori. Una situazione dove solo il Partito Democratico – “101” permettendo – ha tutto da guadagnare: la rosa di nomi che circola al momento, non a caso, è composta quasi esclusivamente da personaggi politici appartenenti o vicini ai democratici (Giuliano Amato, Anna Finocchiaro e – di nuovo – Romano Prodi). La tentazione di veder aumentata la forza parlamentare è però alta, ed il benestare di Napolitano potrebbe non essere così difficile da ottenere.
Il tutto è legato all’equilibrio ed al rischio che Renzi vuole e vorrà assumersi: ottenere il nuovo Presidente della Repubblica con questa maggioranza ed aspettare un altro anno prima di possibili elezioni o far saltare il banco subito e cercare di occupare tutto l’occupabile?